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lunedì 23 luglio 2012

Il pendolo della mente

Pubblico un'altro scambio di questi giorni con un amico.
Shakti
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Perdo di vista il fatto che non ci sia nessuno, che tutto può essere calmo, anche la mente.
Quando sei bombardato di pensieri, ne nasce uno dopo l'altro, è una confusione, fantasie, dei sogni continui in apparenza inarrestabili...
Boh, sono tornato nell'insicurezza e nella fobia generale e sociale, è grave?
Se pensi di esserti perso allora è solo perché ti illudevi di esserti trovato. Tu non sei mai da nessuna parte, e quindi sei dappertutto. Tu sei lo sfondo vuoto su cui la mente e il mondo si manifestano: fino a che pensi di essere il soggetto della mente desidererai che essa e il mondo si manifestino in un certo modo. Ad esempio che siano in pace oppure che abbiano certe caratteristiche.

Di fatto fino a che non vediamo chi siamo vogliamo che il mondo appaia in modo stabile e tranquillo perché cerchiamo noi stessi nel mondo cerchiamo quel silenzio in un mondo di rumori... ed è ovvio che non lo troveremo mai lì. Dunque se credi di aver perso il tuo centro è solo perché credevi di essere un qualcuno che si era trovato: tu non puoi mai perderti, sei sempre presente. Il riconoscimento di questo non è sempre presente, invece. Infatti a volte ti immagini di essere quello che non sei: un personaggio della storia della tua vita che vive certe vicende non altre. A volte ti dimentichi di "te" e quindi ti accorgi che sei solo lo spettatore del gioco e il suo creatore. In quel momento torni allora a divertirti, e la storia della vita assomiglia d una divina commedia più che ad un incubo.

Tuttavia questo tornare a vedere chi sei non è stabile, e per molte volte è necessario che tu apparentemente torni a cogliere chi sei per poi perderti di nuovo nell'illusione di essere un qualcuno, sia un qualcuno che si sta trovando che un qualcuno che si è perso. Tale ricadere nella trappola dell'ego è un passaggio necessario fino a che non lo è più perché si è visto con chiarezza che tu sei al di là di ogni movimento della mente.
Allora non ti interessa più come la mente appaia, essa potrebbe essere una giungla di pensieri oppure un mare tranquillo. In entrambi i casi vedrai che la cosa non ti appartiene; perché tu sei oltre la mente.

Io ho paura di quello che potrei essere, non lo so chi sono , ci sono pensieri infiniti e paura.

Sei ciò che guarda quei pensieri infiniti e paura. Tutto li.

Perché avvengono? E se fossero veri?

Sono solo pensieri. Vanno e vengono, quello che è vero è solo quello che non va e non vene mai, ovvero te stesso. 

Lo so, ma sembra tutto vero nella mente e nel corpo.
Lo sembra ma non lo è.
Ma non ne ho certezza.

Ok, allora soffri l'incertezza, sentila come sensazione. Deve arrivare un momento in cui SENTI questa sofferenza senza pensarla, senza andare in storie circolari mentali senza fine. Mi capisci?

Ok... In realtà mi è anche successo, ma adesso non è così, ecco tutto.

Lascia che la mente stia lì, è normale che torni. Quando torna, essa torna ancora più inferocita perché si è accorta di aver perso terreno. Quindi è del tutto normale, lascia che torni e non giocare con la spazzatura.
Stai con la sensazione e non ti fissare sulla mente. Non hai bisogno di controllare la mente, lascia che sia...
non è obbligatorio crederci alla mente, lasciati sentire la sensazione che accompagna quei pensieri.

Mi sento meglio. Ma che senso ha avuto questo malessere acuto?

E' solo un pendolo! La mente oscilla a destra e sinistra e ti fa sembrare che TI stia accadendo qualcosa, quando invece qualcosa sta solo accadendo, ma non a te. Non c'è un senso nella sofferenza, e neppure nel piacere, esse sono solo parte delle curve della vita. Il senso non è nella storia e quindi nel tempo lineare ma nel momento: nel momento in cui sei davvero del tutto presente a questo momento allora c'è un senso per così dire... ovvero che questo momento esiste e potrebbe anche non esistere, c'è gratitudine infinita per il fatto che esso esista.
La mente ti fa pensare che nel suo oscillare tra su e giù "qualcosa" stia accadendo e che tu stia andando da qualche parte. In realtà non stai andando da nessuna parte, stai marciando sul posto, solo che a volte batti col piede destro e chiami quello "va tutto bene" e a volte con il piede sinistro e chiami quello " va tutto male". Non c'era qualcosa che doveva succederti, è successo ma non a te e l'idea che sia successo a te è parte della sofferenza. Si tratta di restare fermi o meglio di vedere che si è immobilità stessa -sempre- e lasciare che la mente faccia il suo corso.
La verità è che non stai andando da nessuna parte, c'è solo il momento.
Possa tu essere sempre in ascolto di questo momento, godendo appieno l'avventura dell'essere vivi.

Ti voglio bene, anche se non esisti.

Aahah, anche io caro me stesso.

(Che rispostina, grazie).

venerdì 29 giugno 2012

La gioia del momento presente

"A me (ed a qualsiasi altro)... non mi ha chiesto nessuno se volevo nascere, ma la cosa peggiore è che non mi è stato dato un bottone da cliccare, nel momento in cui non volevo vivere.
E sono molti anni che cerco una ragione di bene e di giusto, in tutto questo.

Che senso ha tutto? Perche prima dobbiamo sentire stati emotivi/sensitivi in un modo e poi avere questo risveglio ... e sentirli in un altro? ".

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Prima di chiederti se qualcuno ti abbia chiesto di nascere o di voler morire, io mi domanderei se effettivamente ci sia un te che stia vivendo la Vita in questo momento. O se questo qualcuno sia di fatto solo una idea, ma non una realtà percepibile.

Se controllo là dove sono, in questo momento esiste un corpo, sensazioni o pensieri che chiamiamo mente, ma non esiste un qualcuno che vive la Vita, se non come idea. Esiste la Vita, e basta.

Quando l'attenzione passa dalle storie di "me" che sono nato o nata o che non voglio vivere o che non amo il vivere e va verso questo semplice istante, allora qualcosa si ferma. Si ferma la storia del "me" che vive e si rende evidente un'apertura in cui la Vita stessa accade, e lo fa un momento alla volta.

Quando accade il passaggio dalle storie infinite del "me", dei suoi rimpianti e progetti falliti, le sue speranze per un futuro migliore o le sue strategie per cancellare la sofferenza (o persino se stesso) verso questo momento allora qualcosa si placa. Una ricerca si placa. Un'ansia infinita si ferma. Esiste solo il momento e nel momento, di per sè, non c'è problema. Neppure se il momento significasse uno scenario non piacevole per la mente, sarebbe comunque solo un momento. E' solo l'esperienza del momento.

Sebbene questo possa non essere immediatamente evidente tutto quello che soffriamo nella vita non è la Vita stessa ma le idee che abbiamo su di essa o su di noi rispetto alla Vita. La Vita accade e basta a dispetto delle idee che abbiamo e quando è possibile che queste idee cadano o si dissolvano, essa si manifesta in tutta la sua gloria. Tutto torna a essere intero, non spezzato, non confuso. Come quando eravamo dei bambini piccoli.

Quando eravamo bambini piccoli accadeva la rabbia ad esempio, ma non era un problema. L'emozione sorgeva, il corpo tremava o si scuoteva ed ad un certo punto l'emozione svaniva e qualcos'altro arrivava. Non c'era un giustificare la rabbia o un accusare, esisteva solo la sensazione e il momento presente.  Lo stesso valeva per ogni altra emozione o sensazione. Anche se cadevamo sbucciandoci il ginocchio e magari iniziava un pianto non c'era la storia del me che si era fatto male o che non avrebbe dovuto cadere... c'è solo il momento presente e l'emozione o sensazione del momento presente.

Piano piano il senso del "me" o di separazione si è instaurato, attraverso la ripetizione e il condizionamento. Con esso la gioia di vivere ha iniziato a svanire, una gioia che sorge in modo naturale quando non c'è senso di separazione, quando il "me" è visto solo come una idea e non come la nostra identità. Non appena quella gioia è svanita  abbiamo iniziato a cercarla e lo abbiamo fatto nel mondo e in noi stessi per quelli che credevamo a quel punto di essere.

Quando siamo caduti da quel paradiso abbiamo iniziato a credere di essere noi a vivere la vita, abbiamo iniziato a pensare che essa doveva accadere in un certo modo o in un altro perché potessimo essere in quella gioia di nuovo o che noi stessi avremmo dovuto essere in un modo o in un altro. Abbiamo perduto la nostra innocenza e capacità di cogliere il momento come la sola esperienza che stava accadendo. Abbiamo iniziato a credere in un mondo di pura immaginazione in cui noi eravamo un personaggio dentro il corpo separato da tutto il resto del mondo oppure abbiamo pensato di essere il corpo stesso. Abbiamo iniziato a credere nella frammentazione e ci siamo sentiti separati dall'intero.

A partire da questa idea abbiamo costruito il nostro mondo di immaginazione e lo abbiamo iniziato a soffrire. Siamo rimasti intrappolati nell'idea che ci sia un qualcuno che sta vivendo la vita e che forse non vivrà più. Abbiamo iniziato ad avere paura di morire e quindi di vivere.

La realtà è che esiste solo questo momento, la Vita che accade, e il "me" che sembra viverlo... ma quando lo si cerca questo "me" è visto essere solo una idea. Mettiamo che il "me" sia nel corpo: dove è esattamente? Molti scienziati lo hanno cercato ma non hanno mai trovato la sede della Coscienza, neppure nel cervello che riceve e trasmette segnali ma non indica il luogo da cui questi stessi segnali partono o muoiono. I più spirituali parlano di un'anima: anch'essa resta un concetto nebuloso, perché se io fossi l'anima, cos'è che è sa che l'anima esiste? Se Io è l'anima allora a meno che essa non coincida con qualcosa che non ha di per sè forma o colore o sensazione o suono o qualunque altra cosa attraverso cui possa essere descritta, essa sarebbe solo un'altro oggetto di cui Io è cosciente. Io è Coscienza.

Ecco che mi trovo dunque in qualcosa che non è descrivibile come lo sono i concetti o le sensazioni o gli oggetti materiali. Ciò che Io sono è al di là di queste cose, è Pura Coscienza. Allo stesso tempo questa Pura Coscienza che sa che tutto esiste non è separabile da quello che sta accadendo. Guarda da te: puoi separarti dai tuoi pensieri o sensazioni? Oppure tutto quello che accade è che essi esistono in te, come te?
Tu sei dunque Nulla E Tutto. Sei la Vuota Consapevolezza da cui tutto origina e muore E l'intera manifestazione che è l'espressione di ciò che sei. In altre parole Tu sei ciò che crea la Vita e la Vita stessa, nella sua interezza. Tu non nasci e non muori mai dunque, queste cose non si applicano a te ma solo al corpo attraverso cui fai esperienza della Vita stessa.

Quando esco dalle idee che ho di me o sulla Vita, su cosa sia giusto o sbagliato, mi trovo semplicemente qui. Anzi sono semplicemente il qui e ora in cui tutto accade e quello che accade non è separato da me. Quando sono cosciente di questo non c'è sofferenza, magari ci possono essere a volte dolore o delle emozioni, ma non sofferenza. Esiste solo l'esperienza, l'esperire. E in esso c'è una bellezza intrinseca nel sapere che esiste e poi non esiste più . E' prezioso, ogni momento. Quando sono in questo vedere, non c'è desiderio che questo momento duri di più o sia diverso: esiste solo questo e questo è più che abbastanza.

Magari non sembra avere un senso tuttop questo. Ma chi ha detto che ce lo debba avere o per chi? La Vita non ha un senso per un qualcuno che non esiste di fatto se non come immaginazione. La Vita ha un senso in se stessa, per il semplice fatto che sta accadendo.  Non esiste nulla che tu debba sentire o non sentire allora, esiste solo l'esperienza del momento.

Se l'esperienza del momento non è abbastanza è perché la stai paragonando ad un altra o alle idee di come dovrebbe essere. Arriva un momento in cui ti accorgi che quel paragonare o cercare di cambiare è del tutto inutile. I cambiamenti a volte avvengono, ma accadono comunque quando è il loro tempo. Quando questa inutilità degli sforzi da parte del "me" è vista ci potrebbe essere frustrazione. Una frustrazione sana direi, che non è più un capriccio della mente. E' una resa che volenti o nolenti dobbiamo abbracciare.

Quando accade ci accorgiamo che se il modo stesso in cui la Vita accade fosse stato diverso non avremmo potuto mollare la presa. L'illusione del mondo e del "me" doveva deluderci in un certo senso perchè le nostre adorate idee su noi stessi o sulla vita cadessero. Quando lo fanno rimane solo il momento presente. E siccome non ci sono più alternative ci accorgiamo che davvero in effetti è perfetto, così com'è.


Shakti

martedì 15 maggio 2012

Fiorire

Cara Shakti, 

ti scrivo perchè il tuo sito e blog mi hanno molto aiutato ad affrontare il momento che sto attraversando. Sono passati cinque mesi da quando, attratto da una meditazione trovata in un libro di Osho, ho avuto una esperienza di depersonalizzazione: per (credo) una decina di secondi sono diventato tutto ciò che mi circondava, e nello stesso tempo osservavo questa presenza diffusa dall'esterno, mentre le emozioni e il pensiero non erano lì dove osservavo, ma erano diventate parte di quel tutto. Tornato nel mio corpo, ho affrontato un periodo molto difficile e merviglioso allo stesso tempo. Un fuoco interno mi pervadeva e causava attacchi d'ansia fortissimi, ma anche momenti di amore incondizionato verso tutto e tutti. Percepivo un silenzio profondo e immenso ovunque attorno a me. I suoni, le cose, la realtà stessa sembravano uscirne. Mi sentivo "trasparente", e quanto più lo ero, tanto più ciò che mi circondava diventava meraviglioso e importante. Allo stesso tempo però il pensiero reagiva con l'affiorare di pulsioni e paure terribili. 

Sono passati 5 mesi da allora, e queste sensazioni rimangono anche se in forma più debole. A volte un fuoco divampa dall'interno, a volte porta con sè ansia. Io osservo. Spesso mi capita di vedere le cose in modo "impersonale", o mi perdo a guardare il verde degli alberi e le foglie mosse dal vento. Tutto è infinitamente più bello di prima. Mi sento in qualche modo "alleggerito" da me stesso: a volte ho l'impressione che lo sguardo di chi mi parla mi attraversi senza toccarmi... e spesso ho paura. Non ho domande da farti, ma ti ringrazio di cuore per questa rara possibilità di condivisione. Un abbraccio.

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Carissimo grazie delle tue parole.

La tua gioia è tutta mia, perchè quando il Sè si risveglia a se stesso non c'è separazione. E' "Io" che si ritrova e quando lo fa tutto sembra tornare al posto giusto in un certo senso. Non è che per forza l'apparizione esterna migliori o sembri farlo in base ai parametri a cui siamo abituati. I su e giù della vita restano gli stessi ma la nostra capacità di accettarli per come sono è quello che cambia e allora anche il dolore ha una sua bellezza, anche la tristezza ha un suo incanto e persino la paura è vista come un fuoco che brucia quello che non era più necessario.

E' del tutto normale che l'impatto iniziale sfumi ma lascia dietro di sè una tranquilittà molto piacevole: quel senso di alleggerimento che senti è perchè "tu" sei meno di mezzo. E' più sei tolto di mezzo e più quello che appare si mostra nella sua infinita bellezza e grazia. La parte che resta di quello che pensi di essere è ciò che provoca paura: solo colui che si sente separato ha paura. Anzi potresti persino arrivare a vedere che colui che si sente separato E' paura, è una contrazione che separa un "me" dal resto del mondo. Quando questa separazione è minacciata la paura è avvertita come un fuoco, come una sensazione intensa di una pressione da demntro che vuole uscire e qualcosa che la vuole tenere bloccata. E' la Luce che vuole uscire dalla corazza egoica che contrasta l'idea di separazione. E' del tutto normale che ci sia questa paura: tutto quello che hai pensato fino a questo momento di essere sta morendo, come potresti non avere paura?

Ciò che sei davvero ciò no di meno resta presente e osserva tutto questo movimento. Non c'è nulla che tu debba fare: come ciò che davvero sei stai solo osservando questa trasformazione. Se è possibile restare presenti a quel sorgere di paura e lasciare che salga e raggiunga un suo apice essa sparirà da sola portando via con sè l'idea di ciò che pensi di essere. E resterà ancora più bellezza e grazia.

Abbiamo questa idea che questo risveglio accada a gente speciale, o persone molto "spirituali". In realtà non è così. Questo risveglio accade a gente del tutto normale come me e come te perchè non accade a persone, è Io che si sta risvegliando. E non ha nessun motivo per farlo nè per non farlo: accade e basta così come una rosa fiorisce solo perchè è arrivata la primavera. E tu caro amico stai fiorendo non per qualcosa che hai detto o fatto, ma solo perché era arrivato il momento.
Questa rinascita in un certo senso a quello che sei davvero comporta una morte di quello che pensi di essere e tale morte a volte è accolta con gratitudine perché vanno via parti che non ti piacevano; mentre a volte è accolta con timore perchè c'è qualcossa che non vorrebbe essere lasciato andare. E' va bene così, non c'è nulla di male. Non c'è nulla da cambiare in questo.

Osho diceva "L'erba cresce da sola e la primavera viene da sè". Possa tu sempre godere di questo fiorire.
con Amore, 
Shakti

martedì 17 aprile 2012

Non conoscere è la cosa più intima

ciao shakti, faccio sempre fatica a leggere tutti i discorsi, preferisco topolino,lo sai, mi sento stupida, soprattutto alla sera quando sono stanca, però volevo dirti che l'altra sera quando hai puntato il dito verso te stessa, ho colto qualcosa che mi è ritornato anche oggi, e mi scappa un po' da ridere su questo tipo di percezione, non ti so spiegare, è qualcosa di intimo, come se gli occhi fossero una telecamera, insomma non ci voglio pensare, un bacio, volevo solo dirtelo. non ho voglia di usare la mente per capire non c'e' piu niente da capire sopratutto la sera, vorrei leggere poesie d'amore, guardare corpi nudi bellissimi , paesaggi superbi e buona notte.....del resto cosi ho fatto !

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Ciao carissima,

mi ricordo anni fa, salendo nel'appartamento di un amico sannyasin che stava ristrutturando casa, restai catturata in mezzo alla gran polvere e riccioli di segatura dalla voce di Osho che usciva da un vecchio tape in uno stereo portatile da in un angolo in mezzo alla confusione. Diceva qualcosa che avrei davvero capito solo anni dopo, con quella sua voce suadente e ironica: "Non conoscere è la cosa più intima". Mi colpii talmente forte questa frase che la mia mente fece tilt, e scappai con una scusa dall'appartamento. Mi sembrava che parlasse una lingua a me sconosciuta eppure... La mente era stata bucata come da una freccia che ne aveva colpito il centro e si stava disintegrando senza rimedio. Non sapevo bene neppure perché stava accadendo, sapevo solo che stava succedendo. Se tu mi avessi chiesto cosa davvero significasse non te lo avrei saputo dire, però c'era un sorriso sul volto e una strana inquietudine. Non mi sono mai preoccupata di capire troppo, mi piaceva di più ascoltare quella strana inquietudine da innamorata ubriaca. E così ho fatto, o così è successo.

Non conoscere è la cosa più intima. Quello che sei non può essere conosciuto, mai. Sembra strano visto che tanti maestri, guide etc hanno scritto fiumi di parole, eppure è così. L'incontro ultimo con il Sè è davvero un incontro d'amore. Ed ad un incontro d'amore non ci vai studiando. Ci vai nervoso, eccitato, pieno di una attesa sconosciuta. La mente ha immaginato tante volte quel momento proiettando come un film le varie possibilità, ma in quell'ultimo istante prima dell'incontro va in tilt e fa scena muta, senti solo il cuore che batte fortissimo e il respiro che ti manca. Quello che hai pensato su come fare o cosa dire non conta più. Ti scordi di chi sei, figurati di quello che sai. Quell'incontro ultimo col Divino, con il tuo vero Sè è irresistibile e spaventoso per quella che pensi di essere tanto quanto la danza di una falena attorno ad una fiamma. Non puoi e non vuoi scappare ma sai che se ti avvicini ancora un po' di più sei spacciata. Se ti avvicini ancora un po' di piu', tu non esisti più.

Ecco così l'Amore. L'incontro con se stessi, con il nostro vero Sè. Non c'è nulla di più intimo e non richiede parole, o comprensioni. In quel reame le leggi della logica non valgono più, usarle è solo da codardi. Nell'incontro con il Sè quello che hai studiato o pensato di aver capito puo' essere buttato nel cesso. Non ti serve. La devi capire una carezza? Ecco perchè si parla di passare dal concettualizzare al percepire, perché il capire è ancora troppo poco intimo. E' ancora lontano da te.

In questo preciso momento tu sai di esistere. Se non guardi il corpo o la mente , cose che cambiano sempre e che quindi possono essere capite, tu comunque esisti. Come cosa in fondo non lo sai, il perchè esisti ti è ignoto. Ma il fatto che tu ci sia, che ci sia un Io sono è un fatto di cui nessuno ti deve convincere. E' autoconfermante, diciamo, ovvero lo sai da te, senza ulteriori spiegazioni. Il corpo sta cambiando, sta invecchiando, anche adesso, anche rispetto a cinque minuti fa. Cambia, è mutato e quindi è qualcosa che puoi capire. La mente è cambiata, in questo momento non è quella di prima. La biologia, la scienza studia i cambiamenti del corpo che rispondono alle loro misteriose leggi. La psicologia studia la mente e ne cerca i percorsi e le spiegazioni. Ma il Sè non è un territorio dove nè la scienza nè la psicologia hanno il loro regno. La religione ci ha provato, il misticismo ci si avvicina e ne porta il profumo, tanto quanto la musica, o la poesia. Ecco perché fai bene a leggere poesie d'amore perché in quella pausa da te stessa che hai nell'arte diventi un po' più intima con questo grande mistero che è l'Amore. Persino una risata si avvicina di più della logica a questo che sei: nella risata tu non ci sei. Quindi pratica pure poesia e risata, sono compagne migliori che libri di conoscenza e spiegazioni.

Non arriviamo a questo ultimo incontro con le nostre gambe. Ci arriviamo perché siamo presi, rapiti, portati via. L'attenzione un istante prima era sul mondo e sulle sue dinamiche e un istante dopo.... BUM! C'è un capire in cui capisci tutto e nulla, SEI, ma come cosa sei non lo saprai mai. Improvvisamente non sei nel corpo che è nel mondo, ma il mondo e il corpo sono in te. Ti sembra quasi di spiare la scena da una specie di piccola telecamera che hai in mezzo alle spalle. Il film della vita con le sue dinamiche va avanti e tu stai solo testimoniando il tutto. In quel momento SEI il Nulla che vede il Tutto. Non hai bisogno di caiprlo o di saperlo, lo sei.

In realtà questo è sempre vero. Se l'attenzione si volta indietro a quello che sta testimoniando la scena non c'è nessuno che la testimonia, c'è solo VEDERE. Eppure non ci sono dubbi che quel Vedere sei tu. E' Io.

Se vedi che l'attenzione viene rapita di tanto in tanto a questo spazio di non conoscere in cui c'è solo vedere, sta tranquilla, stai solo tornando a casa. Vuol dire che hai ascoltato così profondamente che sei andata al di là delle parole e non ne hai più bisogno. Stai diventando ciò che indicano queste parole, quindi che bisogno c'è di capirle? Potrebbero dire "ambarabà ciccì coccò" farebbe lo stesso. Sei presa, sei rapita, non ti puoi preparare a questo incontro.... non posso che augurarti di godeterla, se puoi.

Un bacio
Shakti

martedì 14 febbraio 2012

Folle saggezza

 Foto di Lise Carlson 
"Le illusioni sono per l'anima quello che l'atmosfera è per la terra. Toglietele quella tenera coltre d'aria e vedrete le piante morire, i colori svanire." Virginia Woolf




Ci sono due vie un in certo senso per vedere chi siamo. La prima via è quella del distacco, la seconda quella della compassione. Entrambe portano allo stesso riconoscimento, ma nel loro processo sembrano quasi contraddirsi. 


La via del distacco è la via del saggio. Il saggio non crede a quello che vede, sa che il mondo passa e che il suo passare ne mostra l'intrinseca illusorietà. Come può essere "vero" qualcosa che cambia sempre? E' solo una chimera, un'illusione. Pian piano l'attenzione del saggio si sposta da quello che vede verso ciò che vede tutto questo. I contorni della manifestazione iniziano a dissolversi e tutto acquisisce come un unico sapore. A volte in questo deserto sorge depressione perchè non si coglie più il senso di nessun genere di aspettativa in un mondo che non dà quello che prometteva di dare. 


Alla fine l'ultima cosa che resta da cui distaccarsi è se stessi, quel qualcuno che testimoniava l'andi-rivieni di pensieri e sensazioni, lo scorrere delle stagioni del tempo. Il testimone muore. E allora quello che accade è che in quel distacco totale, alla fine anche da se stessi e dal desiderio di trovare qualcosa di sempre vero, resta solo la Vita. "All'inizio le montagne sono solo montagne, poi le montagne non sono solo montagne. Poi le montagne tornano a essere solo montagne" dice il detto. Muore quel qualcuno che testimonia la Vita e resta solo la Vita con i suoi colori, odori, sapori, contorni vivaci, contraddizioni, successi e fallimenti. Non c'è nessuno che la vive e quindi per la prima volta essa si può esprimere in modo totale. C'è distacco, ma anche compassione, c'è saggezza ma anche amore. 


La via della compassione è la via del folle. Al folle non interessa di comprendere cosa sia sempre vero, perché è innamorato talmente tanto della Vita che ci si tuffa in ogni sua esperienza. Beve e si ubriaca di ogni apparente montagna russa, rincorre quell'apparente andi-rivieni per coglierne il nettare più profondo. Ama fortemente ogni instante e non si risparmia: se gode, gode totalmente, se soffre, soffre totalmente. Il suo cuore si apre alla Vita e la Vita stessa a volte lo riempe di estasi, a volte lo spezza del tutto, lo delude, testa quell'amore in ogni maniera, ma il cuore resta aperto perché il folle puo' solo amare non puo' piu' tirarsi indietro. E' in quella Totalità che si annulla e scompare come individuo separato. E' in quella Totalità che si fonde l'amato con l'amante e resta l'Amore, resta l'Amare. Fiorisce la compassione e da lì nasce saggezza. Muore colui che ama la Vita e resta solo la Vita. 


Quindi che tu voglia essere saggio o folle non importa, che la tua strada sia quella della mente o del cuore, del distacco o della compassione. Non la scegli tu. Sei preso. 


E quando accade quell'essere rapiti, allora c'è sia amore che saggezza, c'è sia il Nulla che il Tutto. Tutto è UNO.


Con simpatia,
Shakti

lunedì 13 febbraio 2012

Uccidi il Buddha


Quando il risveglio a quello che siamo accade il corpo-mente attraversa tutta una serie di trasformazioni che includono un forte fuoco che sembra davvero bruciare anche a livello fisico la forma: bruciano le immagini che abbiamo di noi stessi, le immagini che abbiamo del nostro mondo e delle persone che sentiamo più vicine a noi. Tutto viene sacrificato in quel fuoco, sia quello che amiamo che quello che odiamo, mentre nel secondo caso saremo pronti a lasciare andare nel primo ci saranno delle resistenze. Si tratta di morire a noi stessi, per rinascere ad una vera Vita. Quando muore ciò che non piace celebriamo e ci sentiamo più leggeri, quando muore qualcosa a cui siamo attaccati c’è dolore e poi nella ritrovata libertà di nuovo la stessa leggerezza.

In questo processo incontriamo delle guide che diventano come dei punti di riferimento, delle mappe. La mappa non indica dove si trova il tesoro, ma serve ad avere delle indicazioni. Più siamo chiari e più riusciamo a leggerla meglio, più siamo chiari e più la mappa in un certo senso mostrerà delle indicazioni precise su quello che siamo. Ecco che quando queste indicazioni non sono più abbastanza precise la mappa si aggiorna e mostra indicazioni che sono più corrette e consone al nostro sentire del momento.

Deve arrivare un istante in cui non possiamo più usare nessuna mappa perché nel momento in cui cerchiamo di descrivere o chiediamo descrizioni di quello che stiamo vivendo è come se le parole stesse lo portassero via. Ecco il momento in cui il processo diventa più sottile, si tratta di lasciare andare anche la mappa perché ogni descrizione ci porta via da quello che stiamo vivendo. Le parole hanno dunque esaurito il loro scopo e resta un assorbirle a livello intuitivo. E’ un momento di forte solitudine in un certo senso perché persino le guide che sembravano poterci aiutare e descrivere quello che stava accadendo non possono più davvero essere di aiuto. Qualunque stampella, qualunque mappa DEVE essere lasciata andare per poter riposare in modo costante in questo VEDERE che non presuppone nessun movimento né intellettuale né intuitivo.

Il maestro, la guida deve allora essere vista per quella che è, non come la fonte di questo vedere ma solo come un indicatore. Questo è il significato delle parole “Uccidi il Buddha se lo incontri per strada”. Il Buddha incontrato nel nostro cammino spirituale deve morire come punto di riferimento di questo vedere perché esso non può provenire attraverso una esperienza di seconda mano, non importa quanto siano sottili e chiare quelle parole, ma deve essere vissuto e visto là dove siamo.

Gettare via quella mappa laddove c’è stata una guida in forma umana, un maestro, non è facile anche se  l’attaccamento ad esso sarà inevitabilmente un ostacolo che DEVE essere superato perché questo vedere sia completo. Ecco allora che sarà la Vita stessa a portarci via quell’attaccamento: uno dei modi di solito in cui questo accade è attraverso un senso di delusione che si può sentire verso quella forma che chiamiamo maestro a causa di sue parole o gesti che non sono più in sintonia con il nostro sentire. Non importa se la forma stessa dica di non essere un maestro o non voglia essere considerata come tale, quell’attaccamento è in un certo senso fisiologico e inevitabile laddove ci sia stato un processo di arrendersi alla Vita accaduto attraverso una guida. Ma se ci attacchiamo alla mappa non è possibile scoprire che noi siamo il tesoro stesso.

Non c’è nulla che dobbiamo fare per interrompere quell’attaccamento, è un processo che avviene assolutamente da solo. Se avviene che sentiamo una delusione perché le parole che ci vengono dette non corrispondono più al nostro sentire arriva il momento in cui è necessario onorare se stessi. Altrimenti daremo più valore a quello che un’apparente altro dice rispetto a quello che noi vediamo dove siamo, ed è SOLO se onoriamo quello che vediamo laddove noi siamo che questo riconoscimento può avvenire.

E’ fondamentale dunque che quell’onorarsi avvenga, anche se questo significa sacrificare – per così dire – il nostro attaccamento alle nostre guide. Solo se il Buddha viene ucciso esteriormente è possibile permettere a quelle stesse parole che sono state condivise con noi di diventare una parte integrante e viva della nostra quotidianeità.

Il prezzo da pagare – per così dire – è quello di sentire un senso di solitudine. Siamo soli a quel punto, perché persino “Dio” per così dire ci ha abbandonati. E quando anche questo accade, quando anche “Dio” è morto, è possibile allora vedere che ogni cosa che abbiamo incontrato sul nostro cammino – ogni evento, situazione o persona – erano solo il riflesso della nostra comprensione di noi stessi. Tutto deve sparire in questo riconoscimento e quando lo fa tutto riappare nella sua vera luce, ovvero come una manifestazione di noi stessi. NOI eravamo quel maestro che ci indicava la via, NOI abbiamo disegnato la mappa e i suoi apparenti ostacoli. Tutto è UNO.
Con amore
Shakti 

martedì 7 febbraio 2012

Nulla da trovare

"Il mio primo discepolo era così debole che è stato ucciso dagli esercizi.
il secondo è diventato matto perchè metteva troppa energia nella pratica della meditazione.
il terzo è diventato completamente ebete a causa della contemplazione.
il quarto è ancora del tutto normale".
"Come mai?"
"Si è sempre rifiutato di fare gli esercizi"
 Taisen Deshimaru

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La mente oscilla sempre tra fare e non fare, non conosce mai il rilassamento, perché è sempre tesa a fare qualcosa. Anche “fare” il non fare... Ecco che allora il circo spirituale si riempie di “trovatori”, di ricercatori che sono impegnati a "non cercare" o a credere di aver trovato qualcosa. Come se fosse possibile trovare il Nulla! In un mondo che cambia continuamente solo il Nulla non cambia mai quindi è sempre vero, quindi è Verità. E per definizione come si potrebbe trovare il Nulla? E chi potrebbe trovarlo, anche se lo facesse egli resterebbe di mezzo e quindi non potrebbe essere davvero colto :-).

Ecco il grande dilemma del ricercatore, che si trova nella situazione paradossale di non poter smettere di cercare anche quando a livello concettuale è chiaro che essa sia inutile. Non si puo’ smettere di cercare fino a che la ricerca non si è esaurita, ovvero fino a che non si riposa come quel “non fare”, come e in quanto quel Nulla, non a livello concettuale, ma perché è riconosciuto intuitivamente che quel Nulla è il nostro vero Io. “Io” è SEMPRE presente al dispiegarsi di qualunque attività mentale, sensazione o azione fisica, inclusa quell’attività che chiamiamo ricerca spirituale.

Quando la ricerca finisce non lo fa per atto da parte del ricercatore spirituale, ma perché quel Nulla stesso coglie se stesso in modo diretto, si percepisce direttamente come ciò che veniva cercato nel mondo delle forme. In quel momento si vede che non si era ciò che si pensava di essere, non si era un ricercatore di Verità, ma una Verità alla ricerca di se stessa, anche se persa nel gioco di credere di essere un ricercatore.

Anche qualora questa ricerca non sia conscia (ovvero non ci sia una ricerca conscia di Verità) essa accade comunque: si cerca quella permanenza, quella pace in ogni cosa, alcuni la cercano nel lavoro, altri nell’amore emozionale o nelle relazioni, altri in sostanze e droghe. Quella ricerca è inevitabile laddove la Verità stessa abbia perso il contatto con se stessa e si sia vista come quella permanenza che sta dietro ogni cosa.

Quindi se ti è chiaro che “non fare” è la via, non potrai comunque percorrerla, ma la ricerca potrebbe passare da essere a un livello concettuale ad un livello percettivo. Ovvero, nel vedere che non puoi fare niente per trovarti sorgerà una frustrazione, la quale porterà il ricercatore stesso a bruciarsi in quella fiamma spirituale. Più si vedrà che niente può essere fatto e più quella fiamma sarà ardente.

Di solito però in questi frangenti potrebbe sorgere accanto alla frustrazione un profondo senso di depressione perché tutta l’energia una volta indirizzata alla ricerca sarebbe a quel punto disponibile per consumare il senso stesso del cercare e un profondo senso di impotenza e inutilità verranno.

Se queste sensazioni possono essere esperite senza essere rifiutate e senza andare in una nuova storia mentale, allora il ricercatore stesso morirà, il senso di separazione si arrenderà non fatalisticamente ma a dispetto di se stesso in un lasciare andare che non è dell’individuo, ma accade per virtù della Vita stessa.

Quella resa finale non è compiuta da qualcuno: accade quando c’è maturità ovvero quando ogni strada è stata vista come inutile e non c’è più neppure resistenza a sentire quella frustrazione.

Quando quella resa avviene essa accade e ci pensa la Vita stessa a renderla possibile, attraverso il semplice dispiegarsi della Vita.

Non resta dunque che godersi – se possibile – il momento, inclusa la ricerca.
                                                                                                                   Shakti Caterina Maggi

Oltre il dolore e il piacere

"Però c'è pure il dolore fisico....difficile astenersi dal dolore fisico. che ne pensi di questo?"
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Non si tratta di astenersi da niente. Il dolore accade, semplicemente, al corpo. Il dolore è una sensazione intensa e laddove ci sia l'idea che qualcuno stia sentendo quel dolore allora ci sarà la sofferenza del dolore. Quella sofferenza è evitabile perché nasce da un concetto sbagliato - l'idea di essere qualcuno - mentre il dolore è parte della vita.

Il punto non è evitare il dolore, per farlo dovresti evitare anche il piacere: essi esistono nell'apparente dualità come una unica polarità. Il dolore è solo una esperienza: se esso viene rifiutato si cercerà il piacere e viceversa.

Nella dinamica rifiuto-attaccamento di dolore e piacere si dispiega la sofferenza. In altre parole, soffre chi cerca il piacere e soffre chi rifiuta il dolore.

Se l'attenzione riposa nel luogo da cui nasce l'attenzione stessa, ovvero sulla Consapevolezza allora entrambe le esperienze di dolore e piacere sono solo testimoniate in quanto tali, ma manca la "storia" legata a quel piacere e a quel dolore, la storia di un "me" che ha raggiunto il piacere ( con la paura di poterlo perdere) e la storia di un "me" che è nel dolore (e vorrebbe fuggirne). Ecco perché il Buddha pare avesse detto "Anche la tua felicità è sofferenza".

La storia del "me" che sente dolore o piacere equivale alla nostra incapacità di restare presenti alla sensazione anche fisica del piacere o del dolore. Il piacere totale spaventa il "me" così come il dolore totale, in quanto in quella totalità il senso di separazione è dissolto.

E' il reclamare l'esperienza da parte del concetto di ego che ne riduce la portata percettiva dell'esperienza: parte di essa sarà usata dall'ego che è un vero e proprio parassita (il "metote" come veniva chiamato dalla cultura Tolteca).

Quando quel dolore, attraverso le esperienze della Vita, è sentito il modo totale esso conterrà in sè quasi un piacere, una specie di dolcezza; mentre quando quel piacere è sentito in modo totale esso conterrà in sè una specie di malinconia dolorosa e struggente. Di solito non facciamo esperienze totali, ma quando accade la mente basata sul senso di separazione va in tilt: nella totalità l'ego non riesce più a mantenere una distinzione netta tra le due in quanto entrambe si fondono nell'Uno.

Tu sei sempre quella neutralità che osserva entrambi i lati del pendolo della Vita, positivo e negativo, maschile e femminile, piacere e dolore... Riposare in quella neutralità è la chiave della liberazione.
 


Shakti Caterina Maggi

venerdì 3 febbraio 2012

Salute, il silenzio del corpo

Shakti ti ho fatto questa domanda perché studiando naturopatia ho dovuto leggere testi scientifici di varia natura e leggendo della medicina quantistica vedi bruce lipton... tutti gli scienziati, i neo endocrinologi e via dicendo mettono in risalto la forza della mente nel rapporto malattia benessere. Quindi avvolte una malattia sul piano fisico può essere preceduta da uno stato mentale negativo e quello stato negativo può far insorgere la malattia e peggiorarla... ora se non siamo co-creatori ma siamo attraversati dalla creazione, è un'illusione il credere che ci sia una volontà che decide autonomamente di autodistruggersi o di rigenerarsi?


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Ciao caro,

sii chiaro innanzitutto su un punto: se i pensieri non sono personali, a chi appartiene quello stato mentale negativo? E’ ovvio che se quella negatività o contrazioni sono presenti, esse non saranno di beneficio al corpo e il loro perdurare attraverso l’attaccamento e identificazione finirà per produrre anche una malattia nel corpo fisico. Ma neppure l’attaccamento a tali pensieri non è personale! A chi appartiene l’ego? 

Vedi la mente spirituale adora l’idea di essere in controllo di quello che accade, inclusa la possibilità di dissolvere malattie e disturbi attraverso un “lavoro su di sé”. In realtà l’identificazione a pensieri e sensazioni, che in sé è tutto ciò di cui l’ego è costituito, si basa tutto su quest’unico concetto di essere un qualcuno, solo un’idea, un pensiero che a loro volta non sono di nessuno! TU non hai un ego, ma il concetto di ego accade in TE, VUOTA CONSAPEVOLEZZA. 

E’ la Consapevolezza stessa che è ignorante di sé e che si identifica con questo pensiero di essere una persona, un pensiero molto radicato che è stato instillato fin dall’infanzia quando la Consapevolezza stessa attraverso la forma viveva dall’Uno ma in modo innocente, quindi non conscio di Sé. Ecco perché la ricerca compiuta dal presupposto di essere un ricercatore non può portare da nessuna parte… come potrebbe? Quel qualcuno che dovrebbe arrivare alla fine della ricerca e uccidere l’ego NON ESISTE. 

Questo riconoscimento quindi non accade in virtù di quello che l’immaginaria persona fa, né alla mente o al corpo, in quanto un’idea non può fare assolutamente nulla. Quindi, la corrispondenza tra contrazione egoica e disturbo fisico esiste, ma essa non viene cambiata da un qualcuno che non è che un’idea , né appartiene dunque a nessuno. 

Non c’è dunque neanche nessuno che si distrugga o si ricrei, queste sono solo pensieri che nascono dall’idea che esista una volontà individuale, laddove invece esiste solo la Vita. Non esiste una volontà indipendente, è tutto una espressione di un unico Sé che attraverso alcune forme si conosce e attraverso altre no, attraverso alcune si risveglia e altre solo al momento della morte del corpo ma non prima. 

Non accade per merito – visto che non c’è nessuno – potresti essere la persona più spiritualmente ligia della terra e non vedere chi sei fino alla morte (il corpo-mente si disgrega e quindi anche l’identificazione), oppure potresti essere una persona totalmente immersa nel materialismo e BUM! Il risveglio avviene. Non ci sono segni esteriori della corpo fisico che mostrano questo risveglio, non c’è assolutamente NIENTE che l’ego possa fare per preparare questo evento eppure la Vita stessa fa questa preparazione e questo è molto chiaro nel momento in cui il risveglio avviene che tutto quello che è accaduto fino a quel momento, incluse le malattie per esempio così come le guarigioni, sono accadute al servizio di questo risveglio. 

Malattia è un processo dunque che non appartiene a nessuno, accade alla forma che è di per sé ancora una volta un processo, un flusso di informazioni. Maestri come Ramana o Nisargadatta sono morti di cancro, di chi era quell’energia di contrazione o malattia? La Vita stessa li provocava attraverso quella forma e sebbene il corpo fosse nel dolore il Sé attraverso quella forma non lo era, c’era solo Testimonianza del dolore. 

La storia del “me” che è malato o che sta guarendo in realtà è una contrazione in sé che non fa che rallentare il processo di guarigione: ecco perché un bambino piccolo come ti diranno tutti i medici ha più chance di guarire in modo quasi miracoloso da malattie gravi o in incidenti. Non c’è una storia dietro che rallenta quel processo energetico che è la malattia. Questo potrebbe divenire così chiaro che sarebbe ovvio alla fine che in un certo senso la malattia non esiste: essa è solo un’etichetta mentale posta su un processo energetico, è in un certo la “storia” di quel processo. 

Mi sembra che fosse proprio Hannemann, il padre dell’omeopatia, che parlava di “silenzio degli organi” come stato di salute. La malattia è dunque una frequenza “stonata” in quel silenzio che cerca di tornare al silenzio stesso. Se è possibile testimoniarla in quanto tale e non nutrirla attraverso la preoccupazione essa può tornare a casa da sola senza ulteriori passaggi creati da una mente che vuole interferire.

Se il tuo interesse è quello del corpo e della sua salute lascia che questa tua passione si esprima a partire dalla gioia per l’essere sani che equivale a essere VUOTI, in quanto il Vuoto è la vera salute, l’interezza. Se quello è il tuo punto di partenza, e non la lotta alle malattie, allora qualunque azione accada attraverso la tua forma come operatore di salute non potrà che di essere di beneficio per il corpo stesso.


Non si tratta di non curare il corpo, ma di vedere che non c'è nessuno che sia malato.

Nessuno muore, nessuno nasce, la vita stessa si esprime come un canto nel Silenzio del tuo Essere.
Shakti Caterina Maggi

giovedì 2 febbraio 2012

Creare come Essere

Ho letto che Avasa dice che non siamo co-creatori.
Perché?
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Non esiste co-creazione, perché esiste solo un unico CREARE. Non c’è un qualcuno, o più di un qualcuno che crei, perché la manifestazione che vediamo intorno a noi, quello che chiamiamo realtà esteriore, non è il frutto di un atto di volontà di un essere supremo, né il risultato collettivo di più co-creatori.

Quella che chiamiamo realtà è una espressione del nostro stesso ESSERE non di un fare di un qualcuno o di più qualcuno. TU SEI QUELLO CHE VEDI, sei tutto quello che appare non solo ATTRAVERSO e IN QUANTO quella che chiami la tua forma, ma come ogni essere vivente o meno e come ciò che si esprime attraverso ogni cosa.

Se quella chiamiamo realtà E’ la tua coscienza dove c’è spazio per l’agire o per un creatore che crei, né tanto meno per un co-creatore? La tua natura fondamentale è Silenzio, Nulla, Vuoto. L’intero universo è la risposta alla domanda “Chi sono Io?”, il domandarsi e il rispondersi si dispiegano come quello che appare come Vita. Ecco perché ogni situazione della tua apparente separata esistenza è una opportunità per vedere chi sei, non importa quanto disastrata o perfetta appaia la tua vita, essa è lì come espressione del modo in cui ti conosci.

Quando accade quel cogliersi in ciò che appare, quando quel senso illusorio di distanza è abbattuto, allora non c’è più dentro e fuori, piove perché sei triste, c’è la guerra perché ti senti in conflitto, tutto tace la notte perché stai per addormentarti.

Non c’è un “me” che crei, la creazione è l’espressione del tuo vero Io vuoto e consapevole che si cerca. Quando il trovarsi accade, non è trovato NULLA e nessuno resta neppure che abbia trovato quel nulla. Resta solo la Vita stessa che si dispiega di momento in momento senza nessun motivo, come espressione di quell’Io sono. Non accade per te o per me, non accade per il tuo personale risveglio neppure. Accade e basta e quando ciò che la testimonia e la crea si ritrova in essa allora quel Soggetto ultimo si fonde in ciò che è creato e resta solo CREARE. 


"Non c'è creatore, quindi come potrebbe esserci un co-creatore... c'è solo il creare che accade. il saggi che hai letto è chiaro su questo, non c'è creatore o creato, solo creare. Il "co" proviene dall'illusione della separazione".  Avasa

sabato 8 ottobre 2011

lunedì 15 giugno 2009

Niente ha causa



Un estratto di un satsang del ritiro di fine anno 2008.

mercoledì 30 maggio 2007

Lo Specchio Vuoto

Ogni volta che incontri qualcuno, incontri sempre Te stesso. In ogni incontro ciò che cerchi è Te stesso. A volte può capitare che ti incontri attraverso una forma in cui non c'è più ignoranza e riesci a darti delle informazioni su di te chiare riguardo ciò che sei.

Riconosci questo tipo di incontro perchè l'apparente altro che ti parla attraverso un libro, un video, una mail o di persona sembra conoscerti meglio di quanto tu stesso faccia.

Questo accade perchè qeull'apparente altro è davvero Te, ma un Te che ha visto oltre l'illusione di un "me" separato in un corpo-mente.

La relazione con questa persona sarà l'amicizia più profonda che tu possa sperimentare perchè non sarà basata nè sulla paura nè sul bisogno. Con costui-costei condividi il riconoscimento di essere Uno, che è vero Amore.

Questo riconoscimento che è chiaro e consistente da parte dell'apparente "altra persona" sarà visto pienamente anche da parte tua quando questo gioco di specchi sarà completamente dissolto e riportato alla sorgente del riflesso, che sei Tu.

All'inizio della relazione infatti ti immagini che ci sia qualcun altro davanti a te che parla, fino a che non vedi che non c'è qualcuno, ma solo te stesso, tutto il tempo. Nessuno potrebbe conoscerti così bene come te stesso.

Quando questa rivelazione accade l'apparente "altra persona" e l'immagine che hai di te si dissolvono entrambe nello stesso Amore.


con amore,
shakti