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giovedì 5 dicembre 2013

La chiave per l'accettazione

Caro Avasa, accettare questo momento cosi com'è compreso di ego, urla e pianti, e tutto ciò che è, che cosa ha a che fare con il portare l'attenzione su di sé?

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Non c'e' nessuno che possa accettare il momento, ma l'accettazione del momento puo' accadere.

Quando accade, lo fa perche' l'attenzione non e' piu' primariamente sull'oggetto creato, ma su cio' che precede l'oggetto, il soggetto, il Se'. Una volta che il Se' e' visto l'accettazione arriva come conseguenza.
 
Quando la nostra attenzione e' solo sull'oggetto ci sara' identificazione con l'oggetto e in quella relazione allora sorge il gioco del "me" o che non accetta o che cerca di accettare.
 
Ovviamente nessuna di queste due cose puo' essere vera accettazione perche' c'e' un volere che qualcosa accada. In questo c'e' un ignorare il Se'. 
 
Quando l'attenzione e' sul Se' non c'e' nessuna richiesta che le cose siano altre da quelle che sono dato che non c'e' nulla da guadagnare dal fatto che siano differenti. Quando il Se' e' visto ogni cosa e' colta cosi' com'e' con nulla da guadagnare da essa.
Questa e' allora accettazione.
 
Con Amore,
Avasa
 
fonte

giovedì 26 luglio 2012

La vera resa

Insomma, Caterina, ci son solo sogni nel Vuoto, che (apparentemente) si susseguono senza fine...(e senza inizio)
Di notte, mentre dormo, c'è qualcosa che osserva il delirio e le storie della mente, a metà...cioè per metà ne è dentro, e per metà si sente dentro un labirinto senza uscita. Nel "cosiddetto" stato di veglia, invece, c'è il vedere di questo che ho scritto, e sembra quasi che mi stia rassegnando a lasciar fluire il sogno. Di sicuro non riesco a concepire la possibilità di un riconoscimento di Me Stesso, dato che sarebbe qualcosa di Vuoto ed Eterno, quindi Nulla. Chi poi dovrebbe riconoscere Sé? Mi sembra assurdo... un eventuale riconoscimento sarebbe morte, nel senso pieno del termine, e anche la morte mi sembra solo un concetto...non può esserci morte, dato che è niente.
C'è più fluire, ma è "serena" e obbligata rassegnazione....e c'è anche, comunque, ancora, una parte della mente che vorrebbe trovare una "soluzione" a tutto questo.
Bah... te lo scrivo così, per condividere, e sapere che ne pensi, se ti andrà di rispondermi.
(sta a vedere che finisco tra le tue famose "note" del blog..ah ah ah)
Passa una buona giornata...anzi, sìì una buona giornata.

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Ciao caro,

eggià chi è che si vuole svegliare, il personaggio che pensi di essere? Ma quello già è solo un sogno, è parte del sogno della Vita, di cui intravedi già la trama. Tranquillo tu non ti risvegliarai mai perché sei parte del sogno. Non sei in mezzo a nessun processo, non sei nè mezzo sveglio nè mezzo addormentato. Quello è solo parte del sogno. Sarebbe come dire che la trama del film che stai guardando debba andare in un certo modo perché tu possa ad un certo punto spegnere il televisore e alzarti, non importa se un attimo prima stavi ridendo a crepapelle o sognavi di essere profondamente innamorato della proteganista del film, se ti spaventava un mostro affamato di sangue, o se piangevi calde lacrime per la perdita di un amico in guerra. Era solo un film!

Hai ragione c'è une bella differenza tra  accettazione e rassegnazione. Fino a che ti senti in lista per il primo premio di illuminazione alla lotteria nazionale non può esserci accettazione: al massimo rassegnazione nel vedere che nonostante le promesse non ce la fai a risvegliarti, nonostante tu abbia capito trucchi e trabochetti della mente, perdonato mamma e papà e sciolto i blocchi energetici che sembravano ingombrare i tuoi chakra e ti sia perfino lasciato andare alla grazia del guru.

Ramana Maharshi incontrò un suo discepolo anni fa che con aria risentita gli disse "Maestro mi hai detto quindici anni fa che per vedere chi sono avrei dovuto percorrere o un cammino di auto-conoscenza o mi saei dovuto arrendere a te. Beh, sono quindici anni che mi sono arreso e non è ancora accaduto nulla!". L'arresa non è qualcosa che si possa fare o fabbricare e se accade non attende un risultato.

Il punto è che ci aspettiamo un risultato perché immaginiamo che ne esista uno. Di fatto non è così:  non esiste risveglio o liberazione per qualcuno che non esiste se non come personaggio di fantasia. Tutto quello che esiste - di fatto- è questo momento. E in questo momento, nella percezione di questo momento, non c'è il qualcuno che si debba risvegliare se non come concetto, come idea. In questo momento non c'è alcuna necessità di risveglio, esiste solo l'atemporalità fatta carne del corpo, l'eternità accennata di oggetti e cose che ti circondano. Tutto parla di questo, senza parole e attende davvero solo che ascoltiamo.
Qualunque sia la cosa da cui fuggiamo o l'ansia che ci rincorre persino che si chiami risveglio essa cessa nel momento presente. Essere presenti non può essere una tecnica, o un raggiungimento, è qualcosa che è sempre immediatamente disponibile. E' ciò che sie, è ciò che sono. E' qui, sempre. Per questo non lo puoi raggiungere o perdere ma solo esserlo.

Vedi, non esiste una soluzione. Perché non esiste il problema, esso è solo immaginario! Non è un enigma di risolvere, anche se fino a che ti senti nel gioco sembra che sia così, sembra che qualcosa di fondamentale e inafferibile manchi. TU ti manchi, perché hai perso di vista questa Consapevolezza, questo Silenzio in cui accade la scena della Vita e da cui essa nasce e muore.

Non serve fare nulla. Il fatto stesso che queste parole appaiano ora alla tua attenzione significa che qualcosa si sta chiarendo perchè queste parole che nascono nella tua attenzione sono quindi tue. Vengono da te, da questo Silenzio. E questo stesso Silenzio adesso le ascolta diventandone più cosciente. Sta già accadendo e misteriosamente, non sta succedendo niente.


Un abbraccio,
Caterina

domenica 8 luglio 2012

Reclamare

Quando c'è il pensare ad un momento del passato o del futuro, come ad esempio fare piani o ricordare, c'è un concettualizzare. Tutta l'attenzione è sulle parole della storia che sorge in quanto mente. Se c'è interesse nella storia l'attenzione continua a dare energia ad essa e questo conduce alla sua continuazione nel tempo. L'attenzione viene spezzata o divisa dalla realtà percettiva verso una realtà concettuale, che - sebbene sembri piuttosto convincente- non è affatto vera, ma è solo un figmento della nostra immaginazione.


Da bambini piccoli questo non accadeva in quanto l'attenzione non era ingombrata dal concettualizzare, ma era solo conscia di quello che veniva percepito. Ciò che era perepito era ciò che stava apparendo, NON ciò che si immaginava che stesse apparendo. La mente del bambino infatti non concettualizza ma è presente a quello che appare come riflesso, è presente ai sensi, alla stanza in cui si trova, alla luna, alle espressioni della faccia della mamma e così via. Il bimbo non si attacca a un processo di pensiero.


In un certo senso il bambino è solo un essere di sensazione. Da adulti invece c'è una frazione di secondo tra cui l'attenzione che sta nella percezione e l'attenzione che di solito viene attratta dalle concettualizzazioni: c'è dunque solo un momento molto breve di tempo in cui si resta ad un livello di percezione prima che la divisione della mente accada. Come risultato di questo un adulto diventa un essere pensante.

Da adulti abbiamo questo momento percettivo, ma non siamo capaci di restare presenti ad esso prima di separarci di  nuovo in una relazione tra soggetto e oggetto. Una frazione di seconda prima che questo accada siamo Uno con l'oggetto, infatti SIAMO l'oggetto e non c'è senso di separazione. La Coscienza e il suo oggetto sono sempre Uno e nel momento in cui questo è vero non c'è alcuna sensazione di essere un qualcuno o un qualcosa che stia guardando qualcosa o qualcuno. Il momento in cui l'attenzione, per abitudine, salta dall'essere CIO' CHE E' ad essere apparentemente due cose è come e quando l'ego sorge.
 
L'ego è un pensiero abituale che sorge a reclamare ciò che E' nel momento come risultato della sua stessa presenza. Il cosiddetto PENSATORE appare DOPO il pensiero di cui reclama di essere il produttore: in se stesso è dunque solo un altro pensiero che sorge - come tutti gli altri pensieri - da ciò testimonia l'apparizione di ogni pensare.

"Io vedo", " io penso", " io sento" sono tutte cose reclamate dopo che l'identificazione con l'oggetto visto è stata compiuta. Il fatto che il vedere, il pensare, il sentire siano accaduti è vero ma NON è un fatto che un qualcuno o un qualcosa che chiama se stesso "io" o "me" li abbia prodotti. Questo io o me sono un'idea, una credenza, un concetto, solo un altro pensiero che sorge.

Se l'attenzione è capace di restare presente a ciò che E', allora questo crearsi di una divisione dell'attenzione nella relazione soggetto-oggetto non accade e c'è l'Uno. In questo Uno c'è la Consapevolezza di essere ciò che si è in quel momento, sia l'Io che il l'oggetto sono Uno e quindi non c'è alcuna relazione soggetto-oggetto. Quando non c'è un separare qualcosa che è essenzialemnet una unica Coscienza, c'è Unità. L'Io è ciò che E', ciò che è E' Io.

Quando l'Io è da solo non ha mezzi attraverso cui essere consapevole di sè: questo è possibile solo quando l'Io stesso crea a partire da sè un oggetto di cui essere consapevole. Quando questo accade, c'è l'Uno con ciò che appare; se invece la divisione di ciò che è essenzialmente Uno  allora si manifesta la relazione soggetto-oggetto e Io vive nell'apparente dualità, nell'apparente separazione.

Dato che il pensiero è un oggetto che appare DOPO che la divisione è accaduta e che il pensiero stesso è ciò che reclama di essere colui che ha fatto l'azione esso non può essere una reale identità ma solo una identificazione con ciò che è già apparso. Questa apparente entità non è quindi una entità, ma una attività, quella dell'identificazione con l'azione. L'ego quindi è una attività di cui la vera identità è il testimoniare stesso. L'ego in verità non è nè il produttore nè l'autore, come invece reclama di essere, di qualunque cosa accada, in quanto in se stesso è qualcosa che sottosta alla testimonianza. Dato che il testimoniare non sottosta a nulla, quando l'oggetto è rimosso dalla situazione il testimone deve dunque essere Nulla, Vuoto, Assenza, non legato alla relazione oggettiva o soggettiva. La nostra vera identità non si identifica con se stessa perché non ha bisogno di farlo in quanto essa è sempre nella Consapevolezza conscia di sè in quanto Nulla, che precede quell'apparizione che con sè porta il gioco dell'illusione di spazio e tempo.

La vera identità di TUTTE le cose E del Nulla è assenza. La vera presenza è assente di ogni "qualcosità".

Se ciò che è stato affermato è compreso intuittivamente sarà visto che è del tutto futile per l'ego, che è un identifircarsi con un oggetto già apparso, fare qualcosa per rimuovere la sua identifiazione con sè stesso come se fosse un qualcosa o un qualcuno perché nel cercare di farlo esso continuerebbe a  ristabilirsi e rinforzarsi come autore delle cose. Ogni e ciascun metodo quindi per sradicare lo pseusdo sè (l'ego) al fine di rivelare il vero Sè non puo' raggiungere il proprio scopo, ma continuerà solo ad alimentare il concetto del me come soggetto di una realtà oggettiva e quindi produrrà una continuazione dell'apparente dualità e sofferenza.

Una volta che questo sia chiaro e ovvio accade un lasciare andare in cui nessuno è coinvolto.

                                                                                                                                          Avasa
Post originale

domenica 17 giugno 2012

Risveglio, il giorno dopo

Ciao

Fino a pochi anni fa ho vissuto in uno stato di tristezza e depressione, non sapendo cosa vuol dire vivere veramente, ma dopo un momento magico si aperto tutto. Volevo arrivare alla radice dei miei problemi e risolverli. Dopo una breve ricerca ho capito che la sofferenza che percepivo era data da una percezione "sbagliata" del mondo, della realtà e di me stesso. Dopo un po ho avuto la mia risposta, ho scoperto chi sono veramente e che non ci sono problemi o meglio ho visto l'illusione della paura. la mia ricerca si è fermata. ho capito che non c'era nulla da cercare, nulla da scoprire e che nulla mi poteva "toccare". ho vissuto in uno stato di beatitudine per qualche settimana o mese... la mia mente si è acquietata, ero cosciente di me stesso, ero cosciente della coscienza, ed ero io. 
Un fiume di comprensioni accadevano e tante realizzazioni nascevano da me, ero la fonte di tutto questo. ho capito che qualcosa di meraviglioso era successo... ma non mi ero mai immaginato che da quel momento la vita sarebbe cambiata totalmente. si sono "sistemate" tante cose ma sono nate altre mille domande e desideri. sono nati altri conflitti. ora arriva la parte più difficile perché sento molta confusione mentale, indecisione e insicurezza. "il problema" e che vorrei ritornare in quel stato li... mentalmente detto. 
Ho iniziato con la meditazione ma subito me ne sono accorto che la vita è meditazione o che la meditazione non esiste. Sembra che sia peggiorato tutto, sono diventato mentale. 
Tutto quello che è successo precedentemente è diventato un ricordo e sento che da una parte mi sto allontano da quello che sono e da un'altra sento che non mi posso allontanare da me stesso. sento tanta difficoltà a passare dalla ricerca all'esperienza e non so come fare il passo. ci sono tante cose di cui me ne accorgo ma trovo difficoltà ad abbandonarle, ci sono tanti "devo fare cosi", "devo essere cosi" "devo" e "dovrei"... e nello stesso tempo so che non esiste un modo in cui una cosa deve essere in un certo modo... che casino.. ti avevo sentito parlare in un video in cui dicevi che il mestiere piu difficile è quello del ricercatore spirituale perché alla fine non c'é nulla da trovare.  non so se trovi normale ma in realtà non so nemmeno cosa ti voglio chiedere, non so... forse hai qualche consiglio da darmi, oppure no... avrei bisogno di un aiuto. Grazie  
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Ciao


Grazie per le tue parole davvero sincere. In realta non c'e' nulla che tu debba fare per tornare "li" semplicemente perche "li" non e' da un'altra parte in attesa che "tu" ci torni. Questa idea e' parte dell' illusione della ricerca. Sono quasi dieci anni che condivido questo messaggio, di recente in modo piu pubblico e non mi e' mai capitato di inontrare nessun caso in cui quando avviene il primo risveglio il senso del me e della ricerca non torni. Direi che e' quasi inevitabile.

Quando l'attenzione ricade su se stessa tutto diventa improvvisamente chiaro: i dubbi di una vita, nevrosi, etc spariscono. Una chiarezza senza confini dove ogni domanda e' subito seguita da una risposta.  Poi il senso del "me" , dato che non appartiene ad un qualcuno, torna. E nel tornare si forma un nuovo tipo di identita', quella del qualcuno a cui e' accaduto qualcosa. Quello o quella che si sono risvegliati, che hanno "visto", quelli che .... E giu' una trafila di idee che la mente ha sul risveglio o illuminazione, di condizioni a cui si deve tenere di conto come se questo vedere fosse accaduto ad un qualcuno che da quel momento in poi non deve cedere a nulla, o che dovra' vivere in perenne stato di perpetua felicita'. Una vera faticaccia, quasi quasi era piu facile essere un ricercatore senza speranza.  Credimi c'era un periodo in cui tutto questo e' stato vero anche qui, quindi non c'e' nulla di cui vergognarsi. Il fatto e' che quando questo vedere accade lo fa e basta non perche' quello che immagini di essere, il me, se lo sia meritato.

Accade per sfinimento o innamoramento dico sempre, una delle due. Ma accade. E quando accade ti accorgi che era SEMPRE vero di te quindi non c'e' mai un momento in cui tu non sia questo vedere. Non c'e' mai un momento in cui tu non sia Consapevolezza. Solo che adesso la Consapevolezza e' identificata con altre idee, idee sul risveglio o di come tornare al risveglio.  Non cercare di fare nulla. Considera questa storia come una storia d'amore, pero' con te stesso, con il tuo vero Se'. Quando sei innamorato di qualcuno non fai nulla per innamorarti, accade. La tua attenzione cade su quella persona e piano piano tutti i tuoi interessi e pensieri e sensazioni si spostano su di lei o su di lui. Il centro di gravita' dell'Universo si sposta e se prima mangiare e bere sembravano cose importanti adesso l'Amato o l'Amata lo sono. Ecco, e' un po' cosi' solo che sei TU, Consapevolezza che piano piano seduce l'attenzione che si sposta dagli oggetti della mente, i pensieri e le sensazioni, e si innamora di se'. Il me, la ricerca perdono di importanza.

A volte accade con un processo "negativo", per sfinimento. L'attenzione torna su se stessa perche' le strategie dell'ego per tornare "li'" sono cosi fallimentari che si getta la spugna. E quando accade eccoti QUI non li', eccoti a casa, dove eri sempre stato. Del resto dove altro volevi essere?  Vedi, la ricerca non finisce perche' si sia trovato qualcosa, ma perche' si realizza che quello che si andava cercando era cio' che testimoniava la ricerca. Se ti trovi a testimoniare la mente che cerca di tornare alla ribalta, allora lascia che sia cosi, lascia che la mente torni sapendo che da dove la testimoni tu sei gia' oltre. In questo modo sarai come al cinema: lo show della mente va avanti ma tu ne sei solo lo spettatore.

Non esiste un modo in cui tu dovresti essere perche' tu, per quello che pensi di essere, non esisti se non come personaggio di fantasia. Vederlo e' autentica liberazione perche' significa che in qualunque modo tu appaia come corpo mente e' il modo in cui quel personaggio e' creato con tutte le sue apparenti debolezze e forze. TU sei gia' oltre sia il corpo che la mente, essi appaiono come parte di una unica manifestazione accanto a tutte le altre forme per rappresentare la tua stessa coscienza, la Coscienza Divina. Quindi non c'e' modo o maniera che quel personaggio che pensi interpretare possa essere diverso da come e' perche' esso e'' solo parte di una Unica Azione che si crea a partire dal tuo vero Io, Consapevolezza Vuota.

Come in un sogno tu sei tutti i personaggi e essi rispondono ai movimenti sottili del tuo essere tutto il mondo appare in Te e non tu nel mondo. Quello che chiami il tuo corpo mente appare come gli altri nella TUA Coscienza, E' TE, tutto e' UNO. Quindi se tutto e' te quale personaggio in particilare vuoi illuminare? Quale personaggio in particolare NON e' illuminato? Tutto questo appare improvvisamente assurdo quando cogli che non hai bisogno di risvegliarti a livello "personale", solo vedere che sei gia' cio' che cerchi. E da questo vedere qualcosa si rilassa e tu e quei problemi immaginari si dissolvono in quel rilassamento.

Un caro saluto,
Shakti

sabato 7 aprile 2012

Essere veri, non perfetti

In questo periodo sono sorte in me sensazioni molto forti e sgradevoli da sentire. Ho notato che il giudizio negativo su queste emozioni, mi portava ad un senso di separazione molto doloroso. Mentre nel momento in cui non le vedo come un ostacolo, ma come una possibilità, inizio a godermi l'energia...a farci amicizia, ed è come se questa energia si trasformasse in qualcosa di piacevole da ascoltare. Dare il permesso a qualunque cosa di essere lì, la trasforma immediatamente in una benedizione. Hai niente da aggiungere?
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ciao !
Mica vorrai essere santo vero? La vera vita spirituale è un invito a essere veri, non a essere santi. Mettiamo che sorga rabbia, oppure invidia o gelosia... sensazioni non sempre gradevoli, ciò non di meno sono quello che accade nel momento.

Se sei in pace con quello che sorge in te in modo spontaneo, notando che non stai scegliendo di sentite quelle sensazioni ma esse sorgono in te, notarai anche che in ogni momento non puoi fare altro che essere te stesso. Ed essere te stesso è qualcosa che nessuno di noi sa come fare, nè ha bisogno di saperlo, infatti accade semplicemente da sè.

L'ego spirituale ti dice che devi essere perfetto e non devi provare certe emozioni. La vita invece non ha idea dei dettami delll'ego spirituale e semplicemente accade, portando con se sia il positivo che il negativo. Arriva un momento in cui questo continuo giudizio su come dovresti essere è davvero qualcosa di poco inteessante... si spegne perchè non ti interessa più cercare di essere è perfetto o semplicemente hai visto che non è possibile nonostante tutti i tuoi sforzi.

Non c'è un te che prova quelle emozioni, è la Vita stessa che lo fa. Se questo è vero - e lo è se controlli nel momento se sia tu o meno a far sorgere quel sentire - allora significa che è la Vita stessa che vuole che tu provi quelle cose. Magari non combaciano con la tua idea di spiritualità o di essere spirituali, ma chi sei tu per metterti a sindacare su quello che fa la Vita stessa?

Non è un discorso che porta ad una autogiustificazione egoica, semplicemente a constatre un dato di fatto: ad esempio non avresti dovuto reagire in modo aggressivo verso qualcuno, ma lo hai fatto. Il fatto stesso che sia accaduto è per così dire qualcosa di incontrovertibile. Non avrebbe potuto succedere altrimenti, e non avrebbe dovuto succedere altrimenti! Non viviamo in una bolla di sapone, separati e diversi dal resto dell'Universo: quella risposta aggressiva era necessaria in quel momento alla Vita e essa ha scelto la tua forma per eseguirla perché era lo strumento più perfetto in quel momento. QUESTA è accettazione, perchè se comprendi che non potevi essere diverso in quel momento comprendi anche che nessun'altra forma avrebbe potuto e che in effetti se l'intera cosa non fosse successa non avresti neppure potuto essere qui ora a domandarti se va bene o no che tu provi certe emozioni.

E' tutto perfetto, persino i nostri sbagli. I nostri errori, i nostri abbagli non sono affatto errori: sono le curve impreviste del vivere che portano ad una comprensione più completa del fatto che in effetti non c'è nulla da capire se non che tutto è una unica azione! Allora mio caro vuoi essere santo o essere vero? Del resto non hai scelta e questa è la tua maledizione e al contempo la tua più grande fortuna :-)
un abbraccio grande, Shakti

martedì 20 marzo 2012

Depressione e accettazione




"Vorrei sapere perche per certe persone è cosi difficile superare la depressione
e ci cadono periodicamente, forse c'è questa idea di un me vittima
che può continuare a sopravvivere solo in uno stato negativo?"
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L'ego di per sè potresti dire che è uno stato "negativo". Il senso di separazione nasce da un rifiuto del momento presente, da una spaccatura tutta illusoria tra un immaginario "me" e il mondo.

L'identificazione con il pensiero del "me" produce un senso di sofferenza che in genere è colmato attraverso l'idea che "domani" sarà meglio, quando avrai una fidanzata, quando avrai una casa tua, quando avrai una promozione - o se sei un pochino più spirituale - quando avrai raggiunto l'illuminazione, che diventa davvero come diceva Osho l'ultimo incubo. La mente basata sul "me" cerca la gioia che è perduta a causa del sentirsi frammentati in un momento futuro che ovviamente non arriva mai. Il domani non arriva mai e quindi anche quella promessa di gioia, di stabilità, di permanenza non arriva.

Come potrebbe? La manifestazione è impermanente, è in continuo cambiamento e non può dare quell'eternità che cerchiamo in un rapporto sicuro, in un lavoro sicuro. Persino quando cerchiamo l'illuminazione la cerchiamo a partire da un rifiuto di questo momento: stiamo male, il mondo ci ha delusi e siamo andati "dentro" e cerchiamo una soluzione in un evento che immaginiamo accadrà a "noi" in futuro. E ovviamente non accadrà mai, quel tipo di illuminazione non accadrà mai, non esiste! Non esiste una illuminazione per il "me"!

Ecco allora che un profondo senso di delusione potrebbe arrivare. Una delusione che se non riesce a provocare il mondo materiale - che non le sue mancate aspettative ci ha deluso- penserà il mondo spirituale a provocare. "Depressione" è il modo in cui in genere descriviamo questo sentire la nostra energia del tutto collassata. La speranza di un domani migliore è venuta meno e non possiamo fare altro che confrontarci con quella sensazione negativa di rifiuto di questo momento, la sofferenza legata all'identificazione con il senso di separazione.

"Tu" hai perso. Le tue prospettive sono fallite, o peggio ancora (o meglio ancora a seconda dei punti di vista) hai avuto successo e il suo sapore non ha portato la promessa di pace che sembrava portare.

Il punto è che la vera pace che vai cercando non può arrivare nel tempo. Non puoi illuminarti "domani", anche quella è una idea. Il concetto stesso che "tu" possa raggiungere la pace o liberazione è una falsità: "tu" sei ciò che si pone come ostacolo, quindi come potresti mai risvegliarti?

Quando il senso di disperazione e frustrazione raggiunge un suo picco allora è possibile che un senso di pace e accettazione emergano. Ma è possibile solo se non c'è alcun interferire con quella frustrazione, cosa che di solito non accade assolutamente.
Di solito se stai male corri a meditare, o a fare qualunque altra cosa che ti sembra possa darti sollievo, che sia cibo, sesso, o qualunque altra strategia di fuga da questo momento. In altre parole quella frustrazione è combattuta dal "me" perchè se non lo fosse essa stessa raggiungerebbe un apice e poi sparirebbe.

L'unica cosa che tiene in piedi la sofferenza legata al senso di separazione è il fatto che c'è un combatterla, un cercare di superarla o in alcuni casi un compiacersi in negativo riguardo al fatto che le cose non sono andate come tu volevi.

Il "povero me" è riassunto in tutte quelle storie che pensi ti appartangano, le storie mentali che raccontano di come "non puoi essere felice perché"... se quel senso di frustrazione resta abbastanza a lungo perchè ci si identifica con esso allora il corpo fisico inizierà ad accusarne i sintomi. La biologia e la chimica del tuo corpo inizieranno a essere influenzati da quell'identificarsi con un rifiuto di questo momento e la "depressione" diventerà malattia fisica.

Il fatto è che non importa se le medicine sembrano darti un sollievo, esse non possono portare ad una soluzione vera di quel disagio perché la sua origine non è nel corpo, ma nella falsa identificazione con la mente. Ecco perché neppure la psicoterapia può veramente aiutare in modo definitivo: al massimo può portare ad un divenire consci di alcuni meccanismi e col tempo ad una accettazione di essi, ma resta radicata nel "me", nella mente. Ma non è mai completa quelll'accettazione, perché nasce dall'idea che quelle storie siano vere, che ti appartengano.

La vera guarigione sta nell'amore. L'amore è la vera e unica medicina. E amore è assenza di senso di separazione, l'amore esiste quando non c'è un altro da amare. L'amore esiste quando ogni cosa è lasciata essere così com'è, incluso l'eventuale desiderio di cambiarla. Amore, o meglio amare, è la capacità di vedere che tu sei sfondo in cui tutto avviene, il bene e il male, il successo e il fallimento e cogliere profondamente che nessuna di queste cose ti tocca davvero. Che tu non sei quello che pensavi di essere, non sei un essere separato e diviso, ma sei intero.

Chi soffre di depressione in modo cronico ha cronicizzato questo senso di separazione. Si sente profondamente sconnesso dalla sorgente, che è Amore. Non l'amore romantico o sentimentale che la mente suggerisce come panacea di alcuni mali, ma un amore che guarda e non giudica, che testimonia e non separa. Che non cerca nulla nel prossimo momento, ma lo accoglie così com'è. Che non lotta per avere qualcosa domani o non si auto compiange che le cose non siano come prospettate.

Non si può produrre l'amore. Il "me" non si può creare o non ci si può avvicinare. Ogni tentativo fallirebbe. E il motivo sta nel fatto che l'amore è sempre GIA' presente con quella consapevole presenza che testimonia ogni tentativo di arrivare alla pace, all'amore, alla liberazione.

La cosa migliore che ti potrebbe succedere sta già accadendo. Se non sei impegnato a goderti questo istante, ma ci stai lottando così tanto che ti senti depresso allora quel sentirti stanco, sfinito e depresso è la migliore medicina per il "me", che si sta letteralmente consumando - più o meno velocemente - in esso. In altre parole stai morendo, o meglio il senso di separazione sta morendo.

Magari ci sono anche dei pensieri suicidi: il "me" ama torturarsi con tali pensieri perché danno un senso di identità. In altre parole sono solo un altra storia della mente che questa volta recita "se muoio avrò pace". In realtà il messaggio è corretto, ma non è il corpo che deve morire, bensì il senso di separazione, l'idea di essere il corpo. Interpretiamo così quell'intuizione che nella morte ci sia pace perché pensiamo di essere il corpo, o qualcosa dentro il corpo. E invece non è così.

Se è possibile stare con quel senso di frustrazione e di rifiuto, se è possibile stare con quel fuoco, allora dalla depressione nascerà qualcosa di diverso. Nascerà una accettazione che le cose stanno come stanno. E stranamente in questa accettazione ti accorgi che nello stare come stanno c'è pace. Non c'è più una lotta continua di come dovrebbero essere.

Tu inizi a sentirti assente. Non ti ritrovi più. Se lasci che questo senso di spaesamento, questo non riconoscersi più scemi, allora ti accorgi che non tu non ci sei, ma c'è la Vita. E la Vita così com'è non mai terribile, persino se c'è malattia. Soffri l'idea di essere malato, non la malattia. Persino il dolore fisico si può accettare e percepire in modo molto diverso se c'è questa semplice testimonianza. C'è la Vita, ma non qualcuno che la vive.

Nell'infanzia era così. Ecco perchè anche nelle persone che nell'infanzia hanno vissuto situazioni di guerra c'è quasi una nostalgia di quei tempi. Non sono le condizioni esteriori che danno quella gioia, ma il fatto che da bambini il senso di separazione è assente o - quanto meno - molto ridotto. E quindi è possibile restare con quello che c'è, anche se è apparentemente negativo.

Se invece c'è un rifiuto di questo momento - al punto che dopo tanti tentativi di cambiarlo è insorta una depressione - sta già accadendo tutto quello che dovrebbe accadere. Il soffrire la depressione, il senso di separazione senza portarlo ad una altra storia mentale di come evitarlo darà la possibilità di SENTIRE quella sofferenza. Non di pensarla, ma di sentirla. E nel sentirla, nell'accoglierla nella percezione del momento, si dissolverà come neve al sole.
Con amore, Shakti