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giovedì 5 dicembre 2013

La chiave per l'accettazione

Caro Avasa, accettare questo momento cosi com'è compreso di ego, urla e pianti, e tutto ciò che è, che cosa ha a che fare con il portare l'attenzione su di sé?

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Non c'e' nessuno che possa accettare il momento, ma l'accettazione del momento puo' accadere.

Quando accade, lo fa perche' l'attenzione non e' piu' primariamente sull'oggetto creato, ma su cio' che precede l'oggetto, il soggetto, il Se'. Una volta che il Se' e' visto l'accettazione arriva come conseguenza.
 
Quando la nostra attenzione e' solo sull'oggetto ci sara' identificazione con l'oggetto e in quella relazione allora sorge il gioco del "me" o che non accetta o che cerca di accettare.
 
Ovviamente nessuna di queste due cose puo' essere vera accettazione perche' c'e' un volere che qualcosa accada. In questo c'e' un ignorare il Se'. 
 
Quando l'attenzione e' sul Se' non c'e' nessuna richiesta che le cose siano altre da quelle che sono dato che non c'e' nulla da guadagnare dal fatto che siano differenti. Quando il Se' e' visto ogni cosa e' colta cosi' com'e' con nulla da guadagnare da essa.
Questa e' allora accettazione.
 
Con Amore,
Avasa
 
fonte

venerdì 15 marzo 2013

Essere senza desideri


14/7/2009 

C'è un desiderio che sorge nella forma umana che è più forte di tutti gli altri desideri, un desiderio di cui tutti gli altri desideri sono solo una versione annacquata. Questo desiderio è il desiderio di essere senza desideri, di essere assolutamente privi di quell’energia che sorge e che viene vissuta  come desiderio. Quando eravamo bambini piccoli siamo stati in questo essere senza desideri, ma questo stato naturale originale è stato perso quando ci è stata impiantata nella mente  l'idea del tempo da parte degli adulti che vivevano intorno a noi. Ci hanno insegnato che un altro momento, che in verità non esiste, conteneva qualcosa di più del momento in cui eravamo presenti e un senso di mancanza è sorto all'interno di quello che era essenzialmente un'esperienza piena e completa. Da allora in poi abbiamo perso quell’essere senza desideri che fino a quel punto ci aveva accompagnato sempre e siamo divenuti estranei al nostro stato naturale.

Quindi c'è anche un conflitto con il desiderio di essere senza desideri in quanto comporta la morte di colui o colei che al momento ci si immagina di essere. Quello che siamo veramente è completo e sempre presente, ma quello che immaginiamo che sia il nostro sé è per sua natura incompleto e deve rimanere tale per poter sopravvivere. Questi  vive nell'immaginario passato o futuro come un immagine nella mente che si aggrappa a se stessa. Ciò che desideriamo più è l'assenza di noi stessi  in quanto immaginari esseri separati visto che come tali c'è sempre conflitto e sofferenza. Queste cose sono presenti perché in realtà separazione non è vera di noi e fino a quando colui che immaginiamo di essere non se ne andrà, il disagio presente in questo concetto resterà.

Questo è il dilemma dell'ego, di colui che è immaginario, il suo desiderio più profondo è quello di morire all'illusione di se stesso ed essere libero, dato che intuitivamente ogni essere umano sa che la libertà significa essere liberi dall'illusione di essere degli individui separati. La vera libertà è libertà dall'individuo immaginario, non è la libertà dell'individuo.

Quando il concetto di ego è considerato come vero, questo desiderio è di primaria importanza dato che c'è sofferenza in ogni momento della propria vita dell'illusione che si ha di se stessi.

Anche se uno può ingannare gli altri facendogli credere che vera felicità o l’illuminazione siano accaduti  uno non può ingannare se stesso perché ci sarà la sensazione di qualcosa che manca nell’esperienza di ogni momento. Che cosa è sentito come mancanza è l'assenza della totalità che era presente nell'infanzia, prima del cadere nell’illusione della apparente separazione.

È questo senso di mancanza che dà luogo alla ricerca. Questa ricerca continua ad accadere in ogni forma umana fino a quando questo senso di separazione scompare quando si è visto che colui o colei che ci si immagina di essere non è un'entità reale, ma semplicemente un'altra attività che sorge  nella coscienza, un altro pensiero che appare.

L’io o il me che ci si immagina di essere è un'illusione, un'idea, e come tale non è mai sicuro, è sempre sotto la minaccia delle circostanze mutevoli in cui si trova e quindi per quest’uno la vita è terribile. Il me cerca comfort e sicurezza in ogni momento, esso è sempre alla ricerca di un'immagine meglio costruita di se stesso nel suo desiderio di essere qualcosa.

La verità è che non siamo un qualcosa ma ciò in cui il qualcosa fa la sua comparsa. Noi siamo il soggetto non l'oggetto, il testimone dell'immagine e non che l'immagine stessa. Come questa testimonianza siamo sempre presenti e immutabili, a differenza di ciò che è stato testimoniato che è sempre mutevole e diverso in ogni momento. Come colui che ci immaginiamo di essere siamo sempre in un processo di divenire ma come ciò che siamo veramente siamo solo Essere, sempre presenti e senza tempo.

Quando l’Essere è riconosciuto come la verità di se stessi allora c'è di nuovo interezza senza alcun senso di essere qualcosa o qualcuno e si vede che questa assenza di una qualsiasi immagine è in realtà la presenza eterna, la nostra vera natura. All'interno di questa presenza tutto ciò che appare lo fa come Uno e questa Unità è se stessi.

Avasa

sabato 15 settembre 2012

Amore ed emozioni

"La stessa parola amore...nel significato comune, identifica uno stato emotivo/sensitivo, ma tu ad esempio intendi in concetto di unione.
Questo è qualcosa di simile ad un ingegnere.. che parlando degli ingranaggi contigui di una macchina, dicesse:
anziché gli ingranaggi sono collegati.....gli ingranaggi si amano. Ma qualcuno che ascolta....come potra mai capire chiaramente quello di cui tratta, pensando a due ingranaggi che si amano ?"

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Amare significa vedere se stessi nell'altro al punto che non c'è più separazione tra e l'altro e te. Non sono due ingranaggi che si amano, è molto di più, amore è vedere che ciò che siamo è l'intero meccanismo, tutti gli ingranaggi, inclusa l'energia che gli dà vita! Non si tratta di unire qualcosa come se fossero due pezzi separati, ma di cogliere che quell'immaginaria separazione è illusione, e che tutto è UNO. Non hai bisogno di unire qualcosa che è già Uno, e se tu cercassi di farlo finiresti solo con il confonderti. In effetti nel farlo dovresti fingere di essere separato dall'altro per poterti puoi riunire e in quella finzione (che poi è ciò su cui si basa tutto il pathos dell'amore romantico), manterresti un'illusione di separazione e ti allontaneresti dal VERO Amore che non separa o riunisce ma che coglie che tutto è già una cosa sola.

Di solito chiamiamo invece amore quella sensazione di espansione che sentiamo quando siamo in compagnia di una persona che diciamo di amare. Identifichiamo quella sensazione con l'Amore stesso. Ma in quella sensazione, che è una tensione, non incontriamo il livello più alto dell'Amore che è silenzio. In esso tutto accade, e i corpi sono immersi in quell'Amore come pesci nell'acqua. Da bambini piccoli vivevamo così: non ci struggevamo d'amore, ERAVAMO Amore, e quell'Amore era silenzioso e gioioso e si esprimeva in ogni cosa che facevamo. Non amavamo la mamma o il papà struggendoci d'amore, eravamo connessi in modo costante, senza soffrire immaginarie separazioni. Crescendo siamo caduti nell'imbroglio dell'ego e abbiamo iniziato a soffrire. Abbiamo iniziato a immaginare di essere separati e abbiamo perso di vista quel silenzio d'Amore che in realtà è sempre presente, anche se ignorato.    

Quando davvero c'è Amore, e non solo passione o innamoramento, l'oggetto d'amore sparisce accanto a colui o colei che amano e resta solo l'Amore. In genere si sperimenta questo quando il nostro cuore si spezza per una delusione: la persona amata o l'oggetto d'amore iniziano a svanire e la sofferenza nasce dal pensiero che se essi vanno anche l'amore andrà via. In realtà quello che sperimentiamo è il fatto che continuiamo ad amare in assenza dell'oggetto d'amore, e quell'aprirsi è sentito come uno spezzarsi dei limiti stessi che avevamo posto all'amore incluso il limite che l'oggetto d'amore resti sempre presente. Se siamo fortunati di riuscire a stare in questo spezzarsi allora il cuore si apre del tutto e quella sensazione d'amore che proviamo cresce al punto di abbattere ogni confine. Quel cuore non ha più limiti nel suo amore, siamo di nuovo, come quando eravamo bambini piccoli, degli esseri multidimensionali. Allora ci accorgiamo che siamo letteralmente il cuore del mondo, siamo lo spazio vuoto in cui tutto accade, in cui l'apparente altro accade, sia coloro che diciamo di apprezzare o di amare o di disprezzare.

Amore dunque non è una sensazione, ma ciò in cui accadono tutte le sensazioni, incluse quelle negative, ovvero l'amore non ha condizione: è in-condizionato perché accoglie ogni condizione.

Prima di fare esperienza diretta di questo amore incondizionato è però necessario lasciare che quella emozione d'amore che ne è il suo anticipo se vuoi sia presente, cosa che a volte non accade perché abbiamo paura di aprirci all'amore. Questa paura nasce dal fatto che sentiamo a livello intuitivo che se ci apriremo all'amore il nostro senso di identità e di separazione sparirà e ci dissolveremo nell'Amore stesso. Ovvero c'è paura di aprirsi del tutto all'Amore perché intuiamo anche se non consciamente che in esso moriremo. Il fatto è che ciò che muove ogni cosa è Amore perchè quella è la tua vera identità anche quando questo non è visto in modo diretto e immaginiamo invece di essere dentro una forma, separata dal resto del mondo e in balia degli eventi. Credendo di essere qualcosa che non siamo ovviamente soffriamo: il senso di separazione genera paura.

Laddove c'è Amore non ci può essere paura: solo se immaginiamo che qualcosa o qualcuno siano separati da noi li potremmo temere. Fino a che non sappiamo chi siamo e scambiamo l'emozione dell'amore per Amore saremo attaccati alle emozioni e la nostra vita sarà un continuo alternarsi di alti e bassi, di stati euforici a depressivi: seguendo un'emozione, pensando che sia amore, ci confonderemo e soffriremo. Arriva un momento in cui è troppo doloroso cercare un picco per evitare una valle e allora siamo in grado di restare presenti a quell'emozione, sia essa anche del cuore che si spezza per una delusione d'amore. Ovvero saremo in grado di testimoniare quell'emozione, senza cercare di farla crescere o diminuire, ma solo restando con essa fino non passi. Questo distacco - che nasce dal comprendere che non dobbiamo annegare in un'emozione ma possiamo sentirla e goderci appieno persino rabbia o tristezza - questo distacco non è insensibilità. Anzi!

Solo quando si è capaci di restare presenti ad una sensazione senza reprimerla o senza avere paura di esser travolti da essa allora la sentiremo appieno. Insomma paradossalmente nel vedere che non siamo le nostre emozioni - ma esse accadono in noi - le godremo appiemo per la prima volta in modo totale.

La sensibilità e le emozioni sono una delle espressioni di quello che siamo veramente, ma non la nostra essenza. Se lo fosse non potremmo vedere che esse sono presenti così come il fuoco non sente il caldo e non può quindi riconoscere la fiamma. In realtà quando siamo identificati e attaccati alle emozioni come se fossero la nostra identità finiamo per rasentare la stessa follia di chi le nega per paura di farsi scottare. Se il fuoco dell'amore brucia e viene rinfrescato dalla chiarezza del distacco, allora ci sarà autentico equilibrio. Diversamente saremmo persi, in entrambi i casi. Per fortuna ci pensa la vita stessa a far si che questo equilibrio si instauri da solo.

Un caro saluto
Shakti
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martedì 14 febbraio 2012

Folle saggezza

 Foto di Lise Carlson 
"Le illusioni sono per l'anima quello che l'atmosfera è per la terra. Toglietele quella tenera coltre d'aria e vedrete le piante morire, i colori svanire." Virginia Woolf




Ci sono due vie un in certo senso per vedere chi siamo. La prima via è quella del distacco, la seconda quella della compassione. Entrambe portano allo stesso riconoscimento, ma nel loro processo sembrano quasi contraddirsi. 


La via del distacco è la via del saggio. Il saggio non crede a quello che vede, sa che il mondo passa e che il suo passare ne mostra l'intrinseca illusorietà. Come può essere "vero" qualcosa che cambia sempre? E' solo una chimera, un'illusione. Pian piano l'attenzione del saggio si sposta da quello che vede verso ciò che vede tutto questo. I contorni della manifestazione iniziano a dissolversi e tutto acquisisce come un unico sapore. A volte in questo deserto sorge depressione perchè non si coglie più il senso di nessun genere di aspettativa in un mondo che non dà quello che prometteva di dare. 


Alla fine l'ultima cosa che resta da cui distaccarsi è se stessi, quel qualcuno che testimoniava l'andi-rivieni di pensieri e sensazioni, lo scorrere delle stagioni del tempo. Il testimone muore. E allora quello che accade è che in quel distacco totale, alla fine anche da se stessi e dal desiderio di trovare qualcosa di sempre vero, resta solo la Vita. "All'inizio le montagne sono solo montagne, poi le montagne non sono solo montagne. Poi le montagne tornano a essere solo montagne" dice il detto. Muore quel qualcuno che testimonia la Vita e resta solo la Vita con i suoi colori, odori, sapori, contorni vivaci, contraddizioni, successi e fallimenti. Non c'è nessuno che la vive e quindi per la prima volta essa si può esprimere in modo totale. C'è distacco, ma anche compassione, c'è saggezza ma anche amore. 


La via della compassione è la via del folle. Al folle non interessa di comprendere cosa sia sempre vero, perché è innamorato talmente tanto della Vita che ci si tuffa in ogni sua esperienza. Beve e si ubriaca di ogni apparente montagna russa, rincorre quell'apparente andi-rivieni per coglierne il nettare più profondo. Ama fortemente ogni instante e non si risparmia: se gode, gode totalmente, se soffre, soffre totalmente. Il suo cuore si apre alla Vita e la Vita stessa a volte lo riempe di estasi, a volte lo spezza del tutto, lo delude, testa quell'amore in ogni maniera, ma il cuore resta aperto perché il folle puo' solo amare non puo' piu' tirarsi indietro. E' in quella Totalità che si annulla e scompare come individuo separato. E' in quella Totalità che si fonde l'amato con l'amante e resta l'Amore, resta l'Amare. Fiorisce la compassione e da lì nasce saggezza. Muore colui che ama la Vita e resta solo la Vita. 


Quindi che tu voglia essere saggio o folle non importa, che la tua strada sia quella della mente o del cuore, del distacco o della compassione. Non la scegli tu. Sei preso. 


E quando accade quell'essere rapiti, allora c'è sia amore che saggezza, c'è sia il Nulla che il Tutto. Tutto è UNO.


Con simpatia,
Shakti